Sulle tracce di San Benedetto, in cammino da Norcia a Leonessa

La prima faccia di un cammino, di un viaggio a piedi è la fatica. Lo scoglio che si para davanti qualsiasi idea o progetto di viaggio a piedi è infatti la paura di non farcela, di faticare troppo. Si misurano quindi i kilometri,il dislivello, le ore di camminata. Operazioni non solo giuste, ma assolutamente necessarie senza le quali mettersi in viaggio sarebbe irresponsabile, ma che non esauriscono mai l’esperienza di un cammino, che è fatto di tappe, paesaggi, sudore, luoghi da visitare o solo velocemente superare, gioia dell’arrivo, anche in un cammino breve come quello che abbiamo affrontato; e si certo, anche un po’ di fatica.

 

 

Norcia. Esistono però tante altri aspetti, ma soprattutto facce che si incontrano camminando. Quella di padre Basilio è la faccia della gioia.
Norcia è il simbolo della seconda ondata di terremoti che ha colpito l’Italia nel 2016, dopo Amatrice, è la città più colpita, ferita soprattutto nel suo patrimonio storico, artistico e culturale. A Norcia fortunatamente non ci sono stati morti, ma l’immagine dei cittadini dell’antica Nursia, inginocchiati a pregare sotto la statua di San Benedetto, di fronte al crollo della Chiesa costruita a fianco la casa natale del Santo patrono dell’Europa cristiana, ha fatto il giro del mondo. Non ci sono stati moltissimi crolli, ma le case del centro sono tutte lesionate, qualche turista anima le vie, ma la cittadina è perlopiù deserta.
Non è tuttavia del terremoto che parliamo con padre Basilio, monaco benedettino della comunità che dal 2002 è tornata ad animare Norcia, dove la presenza monastica era scomparsa da decenni. Padre Basilio ci accoglie sotto la statua del Santo, ci dedica del tempo all’ombra del sole che incombe, per raccontarci della vita monastica, della scelta di questa piccola comunità di monaci perlopiù statunitensi di vivere integralmente la regola benedettina, fatta di lavoro e preghiera ( sintetizzata nel motto postumo “Ora et labora) , ma anche di frequenti digiuni, e di una intensa spiritualità che si preserva e tramanda tramite la conservazione della messa in latino, e la costanza nell’accompagnare la preghiera con i canti gregoriani, di cui riceviamo prova diretta!

Un canto profondo, lento che ha stregato anche molti negli Stati uniti dove il disco registrato dai monaci è stato per diverse settimane primo in classifica di vendite. E non va male nemmeno con l’altra “passione” lavorativa dei monaci, la Birra Nursia, vero presidio artigianale ed originalmente trappista di produzione birraia in Umbria! E’ dura la vita dei monaci, soprattutto nella forma integrale che questa piccola comunità in crescita ha scelto, ma la forza di questa scelta controcorrente, e che ha risvegliato l’interesse dei nursini e dei tanti che si stanno avvicinando alla comunità è la gioia che esprime la risata di padre Basilio. Una gioia che è una risata fragorosa , il sorriso sulla durezza dei digiuni, e la felicità di poter esprimere il proprio amore per Dio fino in fondo, risvegliando ed attraendo; essendo solamente se stessi, amando e portando avanti la propria missione, che è il vero lavoro del monaco.

Con la benedizione di Padre Basilio siamo pronti a metterci finalmente in cammino, a partire proprio dalla statua di San Benedetto; è “tardi”, il sole picchia, e ci attendono circa 18km da macinare fino a Cascia.

 

Cammino. Il cammino è da subito duro, mezzogiorno a giugno non è proprio l’orario migliore per iniziare a camminare, e quindi fatichiamo un po’ ad ingranare già sulla piana di Santa Scolastica, un pranzo ristoratore con i prodotti presi nei famosi norcini è quello che ci vuole per corroborare il passo. Passiamo la piana con le casette prefabbricate per i nursini sfollati, molte sono ancora da posare, segno che molti a distanza di mesi non sono potuti tornare ad animare la cittadina. Attraversiamo le frazioni di Popoli e Piediripa, qui i crolli sono evidenti, ed il pensiero non può non andare a quelle scosse che sono tornate a colpire il nursino. Territorio magnifico, che scopriamo passo passo, camminando sulle strade sterrate che uniscono paesi e frazioni, in alcuni casi collegate solo da strade che sembrano sentieri. Una volta scollinato si aprono paesaggi e scenari mozzafiato, il verde luminoso dei prati, i colori della fioritura dei legumi e la dolcezza delle forme collinari sono gli elementi di un quadro che rimane impresso, fino all’arrivo a Cascia. La stanchezza di fa sentire, il peso dello zaino comincia a infastidire, ed il contatto con l’asfalto della città è un ulteriore elemento di fastidio che rompe l’idillio.! Ma ci si rifocilla, la doccia, la passeggiata nel borgo e la cena sono un ottimo viatico per prepararsi a riposare.

La mattina con calma siamo pronti a ripartire, Cascia la città famosa per la presenza del convento di Santa Rita, è già piena sin dall’albergone, di turisti e pellegrini , una visita veloce alla chiesa che custodisce le spoglie della santa e si riparte. La prossima meta è proprio Roccaporena, paesino natale di santa Rita a 5km da Cascia. Anche qui si respira la religiosità popolare che il culto della Santa , moglie e madre, attira. Saliamo allo scoglio, vero e proprio belvedere sulla valle, unghia protesa nei boschi , dove la santa si ritirava per pregare. Ma il vociare anche qui è spesso forte, abbiamo bisogno di rimetterci in cammino, tornare a camminare nei boschi che ci accompagneranno fino alla soglia della nostra prossima meta Monteleone. Si cammina cercando di non perdere troppo tempo, fino a Colle del Capitano, ultima sosta prima dell’arrivo. I proprietari dell’agriturismo sul colle sono felici di accoglierci, hanno pronto il timbro per la credenziale che ha già raccolto qualche timbro di passaggio.

 

Riceviamo caffè, biscotti, e prosecco gentilmente offerto dalla coppia di sposi che sta festeggiando insieme ad amici e parenti. Nel piazzale dell’agriturismo fu ritrovata agli inizi del 900 da un contadino una biga di epoca etrusca perfettamente conservata che ora fa sfoggio al Metropolitan di New York, ma che è l’orgoglio dei cittadini di Monteleone, e dimostra soprattutto quanto antico ed intenso sia stato il rapporto tra l’uomo ed il territorio già da secoli, di quanto sia profonda la storia dei popoli che abitano le valli umbre ed il centro Italia tutto.
Arrivati a Monteleone, splendido borgo medievale al confine ormai con il Lazio, scopriamo un altro pezzo d’Italia…è il bergamasco, o meglio i bergamaschi , pellegrini – ciclisti diretti a Roma, che scandiscono ogni tappa con sonore bevute, fatte di casse di vino fresco e frizzantino che viaggiano al loro seguito…vanno bene la fatica e la bicicletta soprattutto se corroborate da sostanziose ciucche! Beviamo e festeggiamo anche noi, che abbiamo tempo anche di “castigare” l’ironia nordica con un perfetto sonetto romano ! anche questo è il cammino!

 

Leonessa. Ripartiamo di buon mattino, dopo la foto di rito davanti l’Hotel Brufa, ristoro ormai fisso sul Cammino, che ringraziamo per l’ospitalità e l’attenzione per i pellegrini. Il turismo ha risentito molto delle scosse del 2016, e accanto a tutti gli altri motivi di gioia che ci muovono, c’è anche quello della solidarietà, della scoperta e riscoperta di questi luoghi straordinari d’Italia che devono assolutamente ripartire, per non perdere un patrimonio storico e culturale, oltre che ovviamente umano, prezioso.

 

Costeggiamo le mura di Monteleone, scendiamo verso Ruscio, da cui prendiamo la direzione di Leonessa. La strada è pianeggiante ed attraversa una piana ricca di pascoli e colorate piantagioni di lenticchie, che guarda sempre in direzione del Terminillo. Non c’è dislivello, così acceleriamo il passo per arrivare il prima possibile alla meta; si cominciano a sentire sulle gambe i kilometri fatti , alla fine toccheremo quota 50, ed il peso dello zaino, ma prima dell’ora di pranzo varchiamo la porta di Leonessa! Il tempo di ringraziare per quanto ricevuto in questi giorni, e ci dirigiamo alla volta del museo civico, subito accolti dal volto amico del direttore del museo, il Professor Mario Polia.

La prima sorpresa del museo per chi vi entra la prima volta, è proprio la sede stessa del museo, l’ex convento dei francescani , che ci si presenta con un chiostro medievale da film, perfetto nel restauro conservativo che gli ha permesso con il sisma di ballare, ma non crollare o lesionarsi , come successo per altre chiese della città. Il Professore è un antropologo di fama internazionale, ed anch’egli un pellegrino, ci accoglie quindi con gioia ed affetto, disponibile a raccontarci la storia “profonda” di Leonessa, e della piana, abitata già diverse centinaia di anni della fondazione della città, avvenuta nel 1200 dc. Il museo nell’area delle cisterne ( frumentarium, dove i frati conservavano il grano da prestare ai contadini poveri per la semina) raccoglie i reperti degli scavi eseguiti dal professore stesso su alcune tombe rinvenute nei paraggi della città; altri reperti emergono costantemente dal ciclico rivoltare la terra per la semina.

 

 

L’altra parte del museo è costituita da oggetti, mobili, suppellettili, donati al museo dai leonessani stessi. Un patrimonio di vecchi attrezzi da lavoro, manufatti necessari per i lavori di artigianato ed utensili vari che raccontano il recente passato contadino, fatto di una manualità allo stesso tempo necessaria, e poetica. Un tempo non lontanissimo quando tutto, anche una scodella in ceramica, era talmente preziosa da essere più volte mirabilmente riparata e sapientemente rattoppata per decenni. Tutto è stato restaurato personalmente e mirabilmente dal prof. Polia, che cura questo patrimonio con la cura che si ha per i doni che riceve e custodisce. Un patrimonio culturale che racconta la storia di un passato ancora recente, di vicinanza alla terra ed alla manualità, una sacralità del lavoro e della gestione della casa smarrita nell’automazione e nell’usa e getta.

Salutiamo anche il professore ed il museo, godiamo ancora di Leonessa e del paesaggio montano del Terminillo prima di riprendere il viaggio per tornare in città. Il Cammino proseguirebbe nel suo percorso attraverso la valle reatina, fino ad arrivare a Subiaco, primo approdo di San Benedetto eremita e poi monaco, fino a giungere alla Montecassino patria del monachesimo occidentale e non solo. Noi per ora ci fermiamo, nei racconti e nelle emozioni , ma anche nel semplice piacere di godersi lentamente il viaggio, sbobiniamo questi 3 giorni lenti ed intensi , ripartendo dalla gioia di padre Basilio, e da quel percorso a piedi lungo l’Italia centrale ripercorre in piccolo la storia della nostra Europa, unita nel suo evo medio, proprio da santi, monaci, pellegrini e semplici camminatori.

Fabrizio

..Con Rosa, Andrea, Michele, Francesca, Francesco , Irene!

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